Nella classifica ‘Global 500' stilata da Brand Finance, Amazon precede Apple e Google. I brand italiani sono nove, con valore economico in crescita nel complesso del 25% in più rispetto alla media. Tim, Gucci, Gruppo Generali, Poste, Gruppo Intesa San Paolo ed Enel hanno guadagnato posizioni, sono invece scesi Ferrari, Prada e soprattutto Eni
5 febbraio 2018 - Nell'ultimo anno Amazon ha incrementato il proprio valore del 42% per un totale di 150.8 miliardi di dollari ed è oggi il marchio dal maggior valore economico al mondo, davanti a Apple e Google. Lo mette in luce la ‘Global 500' 2018, ultimo studio di Brand Finance, agenzia indipendente di consulenza strategica e valutazione dei marchi globali.
Da semplice libreria online
Amazon si è trasformata nel maggior business internet al mondo per capitalizzazione di mercato e fatturato e continua ad allargarsi e a esplorare nuovi segmenti di business, offrendo un'ampia gamma di servizi e prodotti integrati. Fornitore di infrastrutture cloud e produttore di elettronica, attivo nei settori delle spedizioni e dello streaming di musica e video, presente anche nel mondo reale dopo l'acquisizione della catena Whole Food, Amazon si starebbe perfino preparando all'acquisizione di un istituto bancario. L'obiettivo sembrerebbe quello di diventare il brand di riferimento per ogni aspetto della vita quotidiana dei consumatori.
Apple ha difeso bene il 2° posto nella classifica (il valore è salito a 146,3 miliardi di dollari dopo un forte calo dell'anno precedente), ma non è riuscita a diversificare: gli iPhone di punta sono responsabili di due terzi delle entrate, ma le vendite degli iPhone X nel quarto trimestre 2017 sono state inferiori alle aspettative. Il prezzo elevato scoraggia e rischia di far perdere al brand una buona parte del mercato globale di massa, con scarse prospettive di crescita del valore del marchio.
Google è scesa dalla prima alla terza posizione, pur con una crescita del valore del marchio del 10% a 120,9 miliardi di dollari. Gli annunci online hanno generato più traffico del previsto (i click aggregati a pagamento sono aumentati del 47% nel terzo trimestre del 2017). Tuttavia, per competere con i marchi più importanti del mondo non è sufficiente. Google è un campione dei servizi di ricerca su internet, del cloud e della tecnologia dei sistemi operativi mobili, ma, analogamente ad Apple, la sua attenzione a determinati settori la sta penalizzando. Gli investimenti in auto a guida automatica e nella telefonia mancano ancora della portata e dell'audacia dimostrata dalle nuove iniziative di Amazon. Tuttavia, l'acquisizione dello scorso anno di gran parte del team di smartphone Htc per 1,1 miliardi di dollari può indicare l'inizio di un nuovo approccio alla crescita.
Con un BSI (Brand Strenght Index) di 92,3, rispetto a 91,3 dello scorso anno,
Disney è il marchio più forte del mondo. Alla luce del recente acquisto di una quota di maggioranza in 21st Century Fox, ha l'opportunità di sviluppare ulteriormente il marchio e arrivare ad ancora più consumatori nel mondo. L'acquisizione di aziende come Star India, Sky e del 60% di Hulu (uno dei maggiori concorrenti di Netflix) fa sì che Disney possa ora sfruttare la sua maggiore esposizione internazionale per affermare il marchio come qualcosa di più di uno studio di produzione cinematografica per bambini.
I
brand italiani in classifica sono
9 e complessivamente hanno incrementato il proprio valore economico del 25% in più rispetto alla media. Le buone performance sono dovute alla forza con cui influenzano le scelte dei clienti, alla riduzione della corporate tax ma anche all'apprezzamento dell'euro (la classifica è in dollari).
Tim è quello che ha performato meglio: con un incremento di oltre il 33% del valore in un solo anno, è cresciuto di 60 posizioni. Anche
Gucci, Gruppo Generali, Poste, Gruppo Intesa San Paolo ed
Enel hanno guadagnato posizioni nella Global 500.
Ferrari è scesa pochissimo,
Prada un po’ di più.
Eni è l'unico tra i 9 big italiani a perdere davvero valore e posizioni.
Ricordiamo che Brand finance calcola i valori dei marchi nelle sue league table usando l'approccio della ‘Royalty relief’, che include una stima delle vendite future attribuibili al marchio e il calcolo del tasso di royalty che andrebbe addebitato per l'uso del marchio stesso.
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